The Wolf of Wall Street - Recensione

Anni ’80. Jordan Belfort (Leonardo DiCaprio), ex broker apprendista di Wall Street, si ritrova disoccupato dopo il lunedì nero delle Borsa, il 19 ottobre 1987. Partendo da un garage e cinque amici fonda la Stratton Oakmont, società che propone fondi d’investimento, ma soprattutto si dedica a corruzione, droga, orge e lancio di nani… Il capitalismo non è mai stato così seducente, difficile sopravvivergli. Il denaro è l’unico dio sovrano e genera dipendenze, come un virus che aggredisce il “sistema umanitario” dell’Occidente, e fa sputare disvalori.
Una regia spregiudicata, maestosa per generosità, coraggiosa per schiettezza, che il 71enne Martin Scorsese comanda con un brio che farebbe impallidire qualsiasi giovane cineasta. DiCaprio regala l’interpretazione più sovraeccitata e istrionica della sua carriera, e rende credibile il vorace e megalomane self-made man che si trasforma in improbabile guru. Ne esce un’opera impietosa, che mostra un meccanismo depravato e gratuito, in cui non c’è tempo e spazio per la redenzione, e che usa l’ironia come trampolino per una lucida e spietata satira, lasciando il pubblico sbigottito e inerme, come nel sinistro finale. Una summa sfrontata dell’estetica scorsesiana, qui deflagrante e sopra le righe, in tre velocissime ore che fanno la gioia di ogni cinefilo. Esagerato, vitale, liberatorio: Vero Cinema. VOTO 8+

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