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Visualizzazione dei post da Maggio, 2017

Ritratto di famiglia con tempesta - Recensione

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Ryota Shinoda è un detective a tempo perso che organizza piccole truffe e gioca d’azzardo per pagare l’affitto e gli alimenti di un penoso divorzio. L’uomo era però un premiato romanziere, un buon marito e padre, ma poi la vita gli ha voltato le spalle. Causa violento tifone, Ryoto trascorre una notte a casa di sua madre (grande Kirin Kiki) in compagnia del figlio e dell’ex moglie, sarà l’occasione ideale per un esame di coscienza. Questo loser che continua a commettere cialtroni errori, e a mostrarsi in tutta la sua umana debolezza, suscita tuttavia un’empatia prodotta dallo sguardo umanista del regista giapponese Hirokazu Koreeda. Come il maestro Ozu, il cineasta parla di gente comune, dell’inesorabile scorrere del tempo e degli egoismi che rovinano gli affetti familiari, in un cocktail di quotidianità e intimismo.

Scappa - Get Out - Recensione

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Chris, giovane fotografo di colore, parte per un weekend in campagna con la nuova fidanzata bianca. L’obiettivo è presentarsi ai suoceri bianchi, nessuno però conosce l’etnia del ragazzo. Chris è preoccupato, e non a torto... L’attore comico Jordan Peele debutta alla regia con questo sorprendente horror politico che per lucidità rimanda ai capostipiti anni ’70. Non fermatevi agli archetipi del genere, guardate oltre. Sin dal primo agguato, la canzone Run Rabbit Run c’introduce al mood dell’opera, svelandoci che ci saranno un cacciatore e una preda. Il cineasta ci mostra, inoltre, l’inversione di marcia di un’auto bianca, ideale metafora di estrema attualità, che fotografa la nascita di nuove striscianti forme di razzismo. Ai tempi dello schiavismo l’odio razziale nasceva dalla presunta inferiorità dei neri, oggi, invece, in una società dedita al culto dell’immagine e del corpo, scaturisce dalla superiorità fisica riconosciuta alle persone di colore. Attenzione, oltre la superficie ipo…

Sette minuti dopo la mezzanotte - Recensione

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Conor è un ragazzino solitario e vittima di bullismo a scuola, che vive con la giovane madre (Felicity Jones) gravemente malata. Per di più, i rapporti col papà lontano sono inesistenti e quelli con la nonna (Sigourney Weaver) problematici. Ogni notte, però, sette minuti dopo mezzanotte, il maestoso tasso secolare sopra la collina prende vita. L’albero assume le sembianze di una gigantesca creatura umanoide che viene per raccontare a Conor tre storie fantastiche, ognuna legata ai suoi problemi relazionali: nonna, padre, bulli. A voler banalizzare si potrebbe catalogarlo come l’ennesimo film strappalacrime tratto da un romanzo young adult, la differenza la fa però l’autore. Il regista è lo spagnolo Juan Antonio Bayona, allievo artistico di Guillermo Del Toro. Il film è dunque una fiaba gotica dai toni dark, supportata da un’ottima Computer Graphic, nella quale risuonano anche echi spielberghiani (leggi E.T.).

Song to song - Recensione

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Austin, Texas (città natale del regista). Quattro personaggi che gravitano dietro le quinte del mondo della musica si amano e lasciano, soffrono e tradiscono. Per i protagonisti un cast all star: BV (Ryan Gosling), Faye (Rooney Mara), Cook (Michael Fassbender) e Rhonda (Natalie Portman). Agli attori principali si aggiungono, inoltre, Cate Blanchett, Holly Hunter, Val Kilmer e cameo di Patty Smith, Iggy Pop e Red Hot Chili Peppers. Terrence Malick dopo il capolavoroThe Tree of Life prosegue il suo viaggio nel tempo, e sin dalla prima inquadratura apre la porta del cinema e lascia uscire tutta la luce necessaria a dar forma alla sua visione. Flussi emotivi scorrono tra i suggestivi fotogrammi, trovando efficace trasposizione nel fluttuare vagabondo di cose, animali e persone. Non un gioco, ma il granitico stile visivo di un autore alla ricerca di un significato della vita tra le pieghe di fascinosi fuori campo.

Alien Covenant - Recensione

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Nel precedente Prometheus, nell’anno 2089, la scoperta di una mappa stellare dava inizio a un viaggio spaziale che nel 2093 permetteva di raggiugere un misterioso pianeta. La ricerca dell’origine della vita portava però alla scoperta di una minaccia per l’intera umanità. In questo secondo prequel siamo nel 2104 e un’astronave solca il cosmo con l’obiettivo di colonizzare un pianeta, ma un destino avverso incombe. Prosegue la marcia temporale di avvicinamento al film capostipite della saga, che era ambientato nel 2122. A unire i due prequel, l’androide David (Michael Fassbender) utile anche per snocciolare qualche prevedibile dubbio esistenziale. Anche in questo nuovo episodio Ridley Scott rifà se stesso, ricalca gli schemi narrativi del primo Alien eppur inciampa in leggerezze e incongruenze.

L'altro volto della speranza - Recensione

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Khaled è un giovane siriano che fugge dalle bombe di Aleppo e, clandestino in una nave, sbarca a Helsinki. Waldemar è un signore finlandese di mezz’età, che lascia la moglie e punta a poker i suoi risparmi per inseguire un sogno. Due mondi, due storie parallele, un unico obiettivo: sopravvivere. Il loro sarà un incontro-scontro che azzererà ogni differenza culturale. Dopo il capolavoroL’uomo senza passato”, i nuovi personaggi di Aki Kaurismäki sono senza futuro, ma rispetto al precedente “Miracolo a Le Havre” l’ironia vince sulla retorica. La lancetta di un orologio smette di segnare i secondi ed entriamo nel mondo atemporale del cineasta nordico. Il microcosmo dell’autore è fatto di oggetti vintage e nostalgica poesia, un universo unico e remoto. Una realtà immaginaria ma saldamente ancorata all’attualità, che ci parla di disoccupazione e immigrazione.

Le cose che verranno - Recensione

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Nathalie (Isabelle Huppert) è un’insegnante di filosofia alla soglia dei sessanta. Passa le sue giornate dividendosi tra la famiglia, l’anziana madre malata, le lezioni a scuola e il suo ex allievo Fabien. Un giorno però il marito la lascia per un’altra donna più giovane, la madre muore e i figli escono da casa. Avrà finalmente l’occasione di confrontarsi con altri punti vista e un nuovo concetto di libertà. La giovane regista francese Mia Hansen-Løve, tra l’altro moglie di Olivier Assayas, adotta un minimalismo visivo supportato da un testo ben più minuzioso. Tra colte citazioni intellettuali (un po’ snob) che definiscono l’habitat culturale d’appartenenza, va in scena un milieu radical chic. La sceneggiatura smaschera tutta l’ipocrisia borghese che risiede nella profonda incoerenza tra ideologie religioso-politiche e stile di vita. "Il perdente radicale" (libro letto dalla protagonista) è chi guarda la realtà filtrata dalle proprie convinzioni, smarrendo l’umanità.