Shining - Capolavoro

Jack Torrance (Jack Nicholson), scrittore a corto d’ispirazione, si offre come custode dell’Overlook Hotel, durante la chiusura invernale. Porta con sé la moglie Wendy (Shelley Duval) e il piccolo Danny (Danny Lloyd), che, come scopre il cuoco Hallorann (Scatman Crothers), possiede lo “Shining“, ovvero capacità extrasensoriali e telepatiche. L’atmosfera claustrofobica, e la maledizione che grava sull’albergo, porteranno, però, ben presto orrore e follia. Il film del 1980, è tratto dal terzo romanzo di Stephen King, “The Shining”, pubblicato nel 1977. King non ha mai gradito la visione di Kubrick, che spoglia la storia da umanità e speranza, rendendola meno spettacolare e più mentale. Jack Nicholson regala un’interpretazione estrema, spesso sopra le righe, mentre Shelley Duval, spronata dai continui rimproveri del regista, riesce a rendere tutta la fragilità del suo personaggio. La storia vira verso la follia, dalla scena in cui Wendy scopre che il marito, non sta scrivendo un romanzo, ma una sola, ossessiva frase: “All work and no play makes Jack a dull boy” (versione originale), “Il mattino ha l’oro in bocca” in quella italiana. Già dalle inusuali immagini evocative dell’inizio, girate in elicottero, si capisce che lo stile del regista prevarrà sugli elementi tipici dei film horror, difatti vedremo poche  inquadrature strette nei momenti di tensione, questa scelta amplifica la paura, rendendola più cerebrale. Notevoli i virtuosismi tecnici, come l’uso memorabile della steadycam (da poco ideata),
camera mobile indipendente dal movimento dell’operatore, inventata da Garrett Brown, che Kubrick chiamò a lavorare sul set. Le inquietanti carrellate basse, a pochi centimetri da terra, che seguono il triciclo del piccolo Danny, furono girate appendendo la camera capovolta, tenuta dallo stesso regista, seduto su una sedia a rotelle. L’inquadratura dà l’impressione di penetrare lo spazio, quasi la camera fosse lo sguardo del quarto protagonista, l’albergo. Attraverso sequenze surreali ed agghiaccianti, elementi gotici e mistici,  il regista pone domande sulla natura del male, mostrando l’innata malvagità nell’essere umano, seppellita nei meandri tortuosi dell’inconscio, di cui ne sono simbolo il labirinto della scena finale, e i contorti motivi, della moquette dell’hotel. Lo straordinario senso visivo di Kubrick, che era anche un grande fotografo, opta per l’uso di una luce fredda artificiale, con la quale costruisce un film ipnotico, su cui disegna immagini, che rimangono impresse per sempre nella mente.

Commenti

  1. mi piace molto e lo considero uno dei film di kubric più riusciti anche se l'utilizzo di nicholson come uomo mite e normale non è molto azzeccato...ha il viso da psicopatico

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