Pietà - Recensione

Uno strozzino senza pietà tortura i suo debitori per fargli intascare soldi dall’assicurazione, che poi riscuote, finché un giorno incontra una donna che dice di essere sua madre. Kim Ki Duk (da recuperare "Ferro 3"), dopo alterne fortune, torna con quest’opera e vince il Leone d’oro a Venezia 2012. Il regista, grazie ad un accurata messa in scena e ad un uso “emotivo” della macchina da presa, ci fornisce la sua personale e coerente visione sul sentimento del titolo, constatandone l’assenza in un mondo ormai ostaggio del capitalismo, in cui le piccole realtà produttive devono far posto alle multinazionali, le botteghe ai grattacieli.
Pietà, però, è anche un revenge movie, addomesticato da un prevedibile e lineare schematismo e qualche buco di sceneggiatura, che con crudele sadismo mette in fila alcune provocazioni superflue (stupri, masturbazioni), non sempre funzionali. Con uno stile visivo meno raffinato delle precedenti opere, ma tecnicamente eccelso, ed un montaggio più dinamico, Kim Ki Duk costruisce un percorso di redenzione, attraverso odio, dolore e perdita, teso e trucido, che lascia qualche dubbio, ma anche molti segni. Voto 7

Commenti

  1. è il kim ki-duk dell'isola, quello che preferisco.sebbene molto belli i "film poetici" tipo ferro 3, per me rende meglio quando gira film neri, che più neri non si può :-D

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