Una separazione - Recensione

Una storia ambientata nell'Iran odierno. Nader e Simin, marito e moglie, ottengono il premesso di espatrio per loro e la figlia. Nader vuole però rimanere col padre affetto dal morbo di Alzheimer, Simin, arrabbiata va ad abitare con i suoi genitori. Una separazione che ne porterà tante altre, ed innescherà una spirale di conseguenze imprevedibili, che segnerà tutti i personaggi, mettendone a nudo debolezze, egoismi e meschinità. Il regista, Asghar Faradhi, si rivela un ottimo narratore, e attraverso una forma realistica, sin dall’incipit in soggettiva, obbliga il pubblico ad “essere giudice”.
Una visione rigorosa e oggettiva, la sua, che costringe lo spettatore a prendere posizione, a porsi domande, incalzato da una pluralità di punti di vista in continua evoluzione, sui frenetici dialoghi. Una formidabile sceneggiatura ad orologeria degna di Hitchcock, avvincente come un thriller, intenso e provocatorio come un dramma di denuncia. Dietro le tensioni private, Faradhi, cela (per motivi di censura) l’attuale Iran, con l’inadeguata giustizia, l’onnipresente religione, e il contraddittorio ruolo della donna, sempre più attivo e centrale, in una società ancora maschilista. Chi pensa che i film iraniani siano lenti e noiosi, rimarrà piacevolmente sorpreso, nel constatare che esiste ancora un cinema in grado di appagare, impeccabile e implacabile, cuore e cervello. VOTO 8+

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