Ran - Capolavoro

Diretto nel 1985 dall’allora 75enne Akira Kurosawa, è un grandioso affresco, e una rilettura orientale, del Re Lear di William Shakespeare. Ambientato nell’epoca feudale giapponese, narra la storia dell’anziano principe Hidetora, che divide il suo regno fra i tre figli: Taro, Jiro e Saburo. Questo scatenerà una guerra fratricida, fomentata anche, dalla spietata e assetata di vendetta, Kaede, in un crescendo di caos e follia (entrambi significati della parola giapponese Ran). Ad accompagnare Hidetora in questo viaggio nel delirio, il giovane buffone di corte, che ne rappresenta la coscienza, e lo deride, aumentandone il senso di colpa, per gli orrori passati, causa degli attuali. Il Maestro Kurosawa, col suo grande talento narrativo e visivo, fa parlare le potenti immagini attraverso la simmetrica disposizione dei cromatismi, di pittorica bellezza.
Un utilizzo simbolico dei colori, come nell’uso del rosso giallo e azzurro, che distinguono e identificano ciascuno dei tre figli, in antitesi, con la tunica bianca del padre. Scelta che dovrebbe suggerire un’armonia, che invece si spezza subito, vedi metafora delle tre frecce. Attraverso un racconto che ha la cadenza di un ipnotico sogno/incubo, il regista enfatizza l’epica e la sublime poetica, disegnando potenti fotogrammi che si stampano nella memoria. Magistrale e suggestiva, la scena dell’attacco al terzo castello, in cui i rumori della battaglia vengono sostituiti da un musica classica che commenta immagini crude e sanguinose; elegante e terrificante, al tempo stesso. Uno sguardo pessimista su un modo dominato da guerra e avidità, che si chiude con un’amara allegoria, su un’umanità accecata dall’odio, senza più alcun dio e sull’orlo dell’abisso. Ca-po-la-vo-ro.

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