Il padrino - Capolavoro



Pellicola del 1972 diretta da Francis Ford Coppola, e tratta dall’omonimo best-seller letterario scritto da Mario Puzo. Il film, ambientato a New York tra gli anni ’40 e ’50, racconta la storia di una “famiglia” d’immigrati italiani, e non è un caso che parole quali Mafia o Cosa Nostra, ne “Il padrino”, non siano mai pronunciate. Il patriarca è Vito Corleone (Marlon Brando), per gli amici Don…che è a capo di una delle cinque organizzazioni malavitose italo-americane, che gestiscono prostituzione, gioco d’azzardo e spaccio di alcolici. Sul mercato arriva anche la droga, che però scatenerà una guerra tra i boss del racket, in cui saranno coinvolti anche i figli di Corleone: il giovane e timido Michael (Al  Pacino), l’irruento Sonny (James Caan), il “consigliere” Tom (Robert Duvall), il fragile Fredo (John Cazale) e la sfortunata Connie (Talia Shire, sorella del regista). Tanti personaggi e una trama complessa, eppure con ottime caratterizzazioni e snodi narrativi fluidi e dal vibrante pathos, in un crescendo di suspense che tiene incollati per quasi tre ore. Un’opera di altissima qualità che ebbe anche un grandissimo successo di pubblico. Gangster movie ma anche parabola umana di ascesa al potere, di una persona estranea agli "affari" di famiglia, che invece dimostra di possedere il controllo e i pochi scrupoli, necessari per cavarsela tra sicari e clan rivali. Michael è il membro esemplare di una dinastia colma di contraddizioni, così attaccata ai valori religiosi eppur pronta a disattenderli con violenza e omicidi.

Brando, grazie anche alla finta mascella, crea e forma una delle figure più note della Storia del Cinema, con un magnetismo e un carisma che rimangono insuperati; il suo Padrino entra nella leggenda, e di diritto nell’immaginario collettivo. Indimenticabile la colonna sonora di Nino Rota, che aggiunge spessore e significato, con toni solenni e incisivi. Segnalo, inoltre, un uso figurativo della fotografia: con prevalenza di chiaro scuro nelle sequenze malavitose e più colorate in quelle della famiglia, tonalità più calde all’inizio, che col procedere della vicenda diventano sempre più fredde. La regia di Coppola è volutamente tradizionale e misurata, come omaggio ai capisaldi del genere, eppure riesce a costruire episodi memorabili. Nel sottofinale, il regista realizza una sequenza dal montaggio magistrale, che con mirabile sintesi coglie l’anima ambigua, eppur epica, dell’intera opera e dei suoi protagonisti, entrambi sospesi tra sacro e profano, in un’atmosfera di macabro lirismo. Un classico senza tempo, che fotografa un passaggio epocale del business criminale. Il ritratto di un mondo tragico che segna e disciplina le vite dei suoi “eroi”, condannati a convivere tra crudeltà e follia, in nome del potere e di una visione distorta dell’onore.


P.S. 1: Tre i premi Oscar vinti: Film, sceneggiatura e miglio attore protagonista (Marlon Brando).

P.S. 2: Il bambino battezzato nel finale non è altri che la figlia del regista: Sofia Coppola.


P.S. 3: La parte di Apollonia (Simonetta Stefanelli), fu prima offerta a Stefania Sandrelli che rifiutò.

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