Wolverine: l'immortale - Recensione

Come nei fumetti scritti da Chris Claremont e disegnati da Frank Miller, questa storia è ambientata nel Giappone e parte addirittura dalla Seconda Guerra Mondiale e dalla bomba atomica su Nagasaki; Logan (Hugh Jackman) salva la vita al soldato Yashida, oggi potente uomo d’affari malato, che lo chiama al suo capezzale: perché? Wolverine, tormentato da incubi sull’amata Jean Gray, questa volta dovrà vedersela con una mutante acida (Viper), la Yakuza e un grosso samurai-robot, ma troverà pure il tempo per innamorarsi di Mariko, nipote di Yashida. A dargli supporto nei combattimenti la giovane Yukio, una provetta ninja tamarra, dalla katana facile.
Secondo capitolo dedicato all’uomo dagli artigli di adamantio, che nulla aggiunge al profilo psicologico dell’eroe, e abbandona ogni spunto per farlo, nonostante qua e là si palesi. Colpa della sciatta e grossolana regia di James Mangold, e di una sceneggiatura puerile e superficiale, zeppa di cliché sugli orientali. Spesso si sfiora il grottesco, e tra scene telefonate, azione deludente e battutacce da action anni 80, a vincere è la noia. Da non perdere la scena sui titoli di coda, quella sì merita la visione. VOTO 5

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