Leviathan - Recensione


Siamo in una cittadina sulle coste del mare di Barents, nel nord della Russia. Kolya ripara auto, e vive con la moglie Lilya e il figlio Roman in una casa che il sindaco del paese vuole portargli via. Il primo cittadino ha intenzione di sfruttare il terreno a favore di speculazioni edilizie, ma Kolya non ci sta e si ribella. Una pellicola dalle immagini potenti, tra relitti di barche e balene vittime di un potere oscuro, e con la vodka onnipresente, per riempire di quel calore negato dagli affetti familiari. Un dramma teso e doloroso, che impone una visione pessimistica della Russia odierna, in cui l'individuo è talmente indifeso dinanzi al metaforico mostro biblico, che gli rimane solo la rassegnazione. Un uomo piccolo piccolo contro il potere delle istituzioni, che stritola ogni ragione a favore del profitto. Fughiamo ogni dubbio mettendo in chiaro da subito che si tratta di un'opera politica, nulla di male per carità, ma se è vero che i film nascono dalle idee, la trasposizione artistica, in questo caso, non può che adeguarsi.
Un film a tesi, che cerca la polemica, anche a costo di rendere poco spontanei alcuni snodi narrativi. Tra splendidi paesaggi naturali si stagliano innaturali passaggi di sceneggiatura, funzionali però al credo ideologico del regista. Al povero Cristo protagonista, quindi, devono capitare una serie inenarrabili di sventure, ma soprattutto ogni autorità che rappresenta lo Stato, sia essa militare, ecclesiastica, politica lo deve vessare. La Russia di Putin sarà pure un gigantesco leviatano, le cui carni sono state mangiate dai poteri servi del capitalismo, ma piegare ogni sequenza a favore di un attacco al sistema finisce con l'infastidire e annoiare. Il dimostrativo fervore politico sminuisce così l'ispirazione artistica. Il talento del regista è certo fuori discussione, suscita comunque qualche perplessità il dipanarsi di questo racconto morale, pur agghiacciante nella sua immediatezza. VOTO 7  TRAILER

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