Full metal jacket - Capolavoro

Paris Island. Carolina del sud. Campo di addestramento marines, corso di 8 settimane. Plotone 3092. Alle reclute vengono rasati i capelli, tolta l’identità, col cambio di nome (Joker, Biancaneve, Cowboy…) e sottoposti alla violenza verbale (monologhi ormai cult), psicologica e fisica, dall’esaltato e intrattabile sergente Hartman, interpretato da Lee Ermey, vero ufficiale dei marines, e consulente militare. Più che un film di guerra, un film sulla guerra, che trasforma giovani uomini in assassini. Kubrick parte da un insolito punto di vista, ed entrando nei severi rituali dell’esercito U.S.A., esplora la metamorfosi di chi, attraverso un manipolante lavaggio del cervello, viene brutalizzato per imparare ad uccidere. Anche qui ritroviamo un ampio uso della steadycam su carrello, come in “Shining” (qui recensione). Qualsiasi altro regista sarebbe andato a filmare nelle Filippine, ma Kubrick, che odiava viaggiare, decise di girare a Londra.
Per gli esterni venne utilizzata un’officina abbandonata, che produceva gas, a East London, su cui il regista ha avuto il permesso di piantarvi delle palme e di demolirla, il resto è tutto merito del bravo, e compianto, scenografo Anton Furst. Matthew Modine (Joker) fu scelto da Kubrick guardando un dietro le quinte di “Birdy”, fornito dal collega Alan Parker, mentre Vincent D’onofrio (Palla di lardo), qui al primo film, faceva il buttafuori, e fu suggerito dall’amico Modine. Oltre il Vietnam, asciutto, frammentario, diviso in due mono-blocchi narrativi e talmente iperrealistico e lucido, da risultare, per alcuni, freddo. Un cupo pamphlet anti-bellico, sulla dualità dell’essere umano, rappresentata sia dall’incoerenza del protagonista, che porta in testa un elmetto con la scritta Born to kill (nato per uccidere) e sulla mimetica una spilla col simbolo della pace, ma anche da soldati “maturi” e capaci di trucidare un popolo, per poi ritirarsi fischiettando l’infantile marcia di Topolino, mentre intorno, tutto brucia…

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