Lo scafandro e la farfalla - Recensione

Jean-Dominique Bauby, caporedattore di Elle Francia, all’apice della carriera viene colpito da un ictus, che lo paralizza dalla testa ai piedi; con il corpo prigioniero come in uno scafandro troverà il modo di comunicare con il mondo esterno con l’unica parte risparmiata dalla malattia: l’occhio sinistro, un battito di ciglia come il battere d’ali di una farfalla per far volare i suoi pensieri. Già dall’incipit, capiamo che il regista Schnabel, pittore prestato al cinema, vuole sfruttare in maniera creativa le possibilità stilistiche del linguaggio cinematografico, così lo spettatore, da subito, si ritrova colpito da una luce accecante in soggettiva, tra inquadrature sghembe, frenetiche visioni sfuocate, suoni ovattati e voce fuori campo, scopre di guardare con gli occhi del protagonista, e di essere costretto a provarne l’angoscia claustrofobica per almeno 30 lunghi minuti, fino al limite del sopportabile, e quanto basta per far sorgere un forte e negativo pregiudizio. Quando il protagonista scopre nei ricordi e nella fantasia un modo per evadere dalla sua prigione, finalmente la camera si riappropria del piano totale e dei colori del mondo reale, fotografati benissimo dal grande Janusz Kaminski (Schindler’s List), e arricchiti da un montaggio veloce e da svolte narrative mai banali. Non sempre Schnabel riesce a raggiungere un equilibrio tra forma e concetto, spesso la prima prende il sopravvento sul secondo, ma questo gli permette comunque di dare al suo film un forte impatto emotivo senza mai scivolare in facili pietismi e ricatti emotivi, riuscendo nel difficile compito di commuovere senza retorica o proclami pro e/o contro l’eutanasia. VOTO 6/7

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